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07 Giugno 2008 - Cultura

Lingua sarda e lingue semitiche

I confronti e le tesi di Salvatore Dedola

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Foto Archivio Questasinnai.com Salvatore Dedola, nostro concittadino,è conosciuto a livello nazionale come esploratore, guida e studioso della natura sarda;da cui alcuni importanti libri.
Da alcuni anni si occupa anche della lingua sarda.
Pubblichiamo alcune pagine di un suo esteso documento(30 pp.) sui rapporti della nostra lingua campidanese e le lingue semitiche.
Chi è interessato ad approfondire può rivolgersi a: salvatorededola@linguasarda.com

Confronti termini sardi e semitici

ABBA logud. 'acqua'. Come spesso andrò a dimostrare, gli etimologisti che mi hanno preceduto, convinti della "innegabile" origine latina di gran parte della lingua sarda, hanno persino inventato le leggi fonetiche che dimostrerebbero il processo di derivazione dei vocaboli dal latino al sardo. Wagner sostiene che abba deriverebbe direttamente dal lat. aqua, in virtù dell'esito (che altrove ho spiegato) del lat. -q- > sardo -b-. Invece per -q- e -b- non ci troviamo affatto di fronte ad un processo derivativo, a una norma fonetica derivata diacronicamente dall'altra, ma di fronte a due leggi fonetiche sincroniche, già operanti per proprio conto prima dell'invasione romana della Sardegna.
Abba esiste già nel vocabolario accadico: abbu 'palude, pantano'; abbû 'fauna acquatica'; bā 'acqua'. In Sardegna con abba assistiamo soltanto agli esiti d'una legge fonetica tutta sarda, che traduce in -a i termini accadici in -u, e che (per bā) ha aggiunto a-, operando la prostesi soltanto durante il lento processo di identificazione con la lingua del vincitore. Ma questo processo si è concluso soltanto in pieno Medioevo, con centro irradiativo nelle città di Kàralis e Thàtharis.

ACCABÁRE 'finire, terminare'; logud. anche nel senso di ‘far morire un malato terminale o un ferito gravissimo’ nel senso di ‘completare l’esito’ della malattia o delle tribolazioni; logud. figur. ‘completare’ la distruzione economica di un miserabile. Wagner lo propone dallo sp. acabar 'id.'; camp. accabbàdda 'finiscila!, smettila!'; accabbu 'fine, termine' = sp. acabo 'termine'. La base etimologica comune dei termini sardi e spagnoli è l'accad. aqqabu 'rimanente', da forme aramaiche.

ACCALAMÁU camp. ‘chi perde vigore, illanguidisce, s’ammoscia (fiore, persona o altro)’. Wagner ritiene possa derivare dal cat. calima ‘calitja d’estiu, bruma estiva’. In realtà deriva dall’accad. akālu(m) ‘consumare, devastare’, ‘logorare, irritare, far male (a una parte del corpo)’.

ALLILLONAISÌ, p.p. allillonáu camp. ‘diventar mogio, amminchionarsi, rintontirsi’. S’esti allillonéndi cun is videogiògus ‘si sta rincoglionendo con i video-giochi’. La voce manca nel Wagner. Ha base etim. nell’ant.accad. lillu ‘scemo, idiota’.

ANNU ‘anno’. I linguisti accademici sostengono che derivi direttamente dal lat. annus. Ma non sono d’accordo. Il termine è antichissimo, prelatino, ed ha la base direttamente nel bab. Annum ‘il dio An, il Cielo’, reso poi in lat. Janus, al quale fu intitolato il mese di gennaio.

ARRÓRI interiezione campidanese volgarmente tradotta, all’italiana, orrore; ma col brivido non ha alcuna affinità. Il termine è pronunciato spesso come clausola finale, commento esclamativo d’una frase che narra un episodio un po’ fuori del comune, non del tutto rilassante, poco edificante, ma spesso anche positivo, persino altamente positivo. Infatti è pronunciato e sentito sempre in modo soffice: Arròri! ‘che danno!, che vergogna!, che disgrazia!, che dispiacere!, che contrattempo!, che disdetta!, che insolenza!’; ma anche ‘Che portento!, che record!, che prestazione!’ e così via. Spesso è usato come nome comune nel corpo di frasi falsamente maleauguranti, che in realtà esprimono spiccata ammirazione. Ancu tengat arrori: est unu furriott’e pìbiri, cust’òmini! ‘Perdiana: quest’uomo è un turbine di pepe!’; Arrori mannu tèngada! ‘Che birbante!, Dio l’abbia in gloria!’; Arrori dhu càlidi! ‘Perdinci che cranio!’ (ad un bambino di cui si commenta l’ottima resa scolastica). E così via. In sè, quest’interiezione, o nome comune, è un modo plebeo per inserire un commento del tipo ‘Maledizione!’ (non inteso come bestemmia ma solo come termine esclamativo che va bene in ogni situazione). Succede anche con l’italiano Maledizione!
Il termine deriva direttamente dall’accad. arru ‘maledetto’ < arāru ‘maledire’.

ATTITTU. Qualcuno traduce attittu come ‘singhiozzo’. E sia. Ma questo è un modo alquanto libero di adattare i semantemi. S’attìttu è in ogni modo, prevalentemente, il gesto carezzevole e primitivo d’una madre che stringe al petto il bimbo piangente, al quale porge il capezzolo e canta la ninna-nanna. Da questo gesto materno è sortito il secondo significato di attittu, collegato al gesto della madre che stringe al petto il figlio morto, specialmente il figlio assassinato, (anticamente) il figlio morto in battaglia, al quale canta la nenia funebre. Da ciò nacque il grande significato di s’attittu, ancora vivo nei villaggi della Sardegna, che è la riunione funebre della parentela che piange e narra le gesta del morto. S’attittu è per antonomasia il canto funebre delle attittadòras, donne scelte per la funzione del lamento funebre, espresso in lunghi lamenti cantati (almeno un tempo). Il significato dell’attittu è così profondo, che a Bosa attorno ad esso è stato imbastito tutto il Carnevale, caratterizzato da uomini travestiti da donne che stringono al petto un (finto) bimbo e girano per la città pronunciando frasi oscene (accompagnate da gesti osceni) che burlescamente mimano il bisogno di calmare le pene del bimbo sofferente.
Attittu deriva da titta ‘capezzolo’ (vedi lemma), e come titta ha la base etimologica nel bab. tîtum ‘nutrimento, cibo’, ti’ûtu ‘nutrimento, sostentamento’, termine fuso con tiwītum (a song).

BABBU. Questo termine pansardo significa ‘padre’ ed ha l’eguale soltanto nel toscano babbo. Ma il termine toscano è d’origine sarda.
Oggi babbu si dice pure per il Padre Eterno. Nelle carte medievali (CSP 15, 262; CSNT 15,63; CSMB 33) prevaleva patre per designare il proprio padre, almeno nelle donazioni ufficiali dei Giudici, i quali evidentemente, se non altro nell’uso della lingua aulica, erano influenzati dalla lingua latina. Oggi si è tornati a dire babbu sia per il Padreterno sia per il padre carnale.
Il termine è tipicamente sardo, ed è collegato con l'accad. abu 'padre', cui si è aggiunta nel tempo la b-. Il termine si è fuso poi con bābu ‘piccolo ragazzo, bambino’ ed ha contributo ad espellere dalla parlata sarda l’omofono accadico bābu ‘porta (di casa, del tempio, della reggia, della città)’. Ma babbu in definitiva ha un fortissimo aggancio originario, etimologico
BALOSSU camp. ‘poco accorto, stupido, cretino, imbecille’. Wagner non recepisce il termine. La base etimologica è l’accad. balu(m) ‘senza’ + uššu(m) ‘fondamenta (di casa o altro)’. Balossu è dunque l’equivalente del lat. imbēcillus ‘senza bastone, senza sostegno’ quindi ‘debole di corpo o di mente’.

BARBÀGIA. Questo è un coronimo sin troppo noto a chi abbia sentito parlare, sia pure per vie indirette, della Sardegna. Il termine è sempre stato interpretato da chiunque come ‘il luogo dei barbari’. Ma, a ben vedere, questa è una etimologia popolare inventata ai tempi dell’imperatore Tiberio, allorquando il vero termine aveva perso oramai i connotati, diventando incomprensibile. Il coronimo Barbagia è da confrontare con Arbu ed Arbus (vedi), coi quali condivide la radice antico-babilonese arbu, che significa ‘waste, uncultivated, territorio incolto (quindi adatto alle greggi)’. Il coronimo sardiano doveva essere pronunciato, originariamente *Arba-ria e, una volta perduto il significato d’origine, anche i Sardi gli agglutinarono la B- (seguendo le proprie leggi fonetiche), rendendolo quindi Barbaria (Barbàia > Barbagia), con gradimento da parte dei dominatori romani che forse per eufonia o, meglio, per etimologia popolare, così lo chiamavano da tempo.

BASUCCU camp. è una ‘specie di pagello’, ma è esteso anche ad un uomo ‘tonto’, ‘che comprende poco’. Wagner lo deriva dal cat. basuc, sp. besugo. Ma la vera base etimologica sta nell’accad. massuhum ‘di qualità inferiore’.

BÁU, bau-bau è lo 'spauracchio', un essere di cui si ha paura. Il termine è ritenuto dal Wagner onomatopeico, dall'abbaiare del cane, e sono ricordati simili espressioni in italiano e in altre lingue romanze. Può darsi che l'influsso pan-europeo attuale sia servito ad integrare quest'espressione sarda tra le altre europee. Ma va ricordato che i Babilonesi usavano già il verbo bâ’u(m) col significato - tra gli altri - di 'fare' cattivi segni, 'travolgere'. Quindi bau-bau non è altro che un raddoppiamento accadico con senso superlativo.

BAÙLLU, Baùle cognome che Pittau crede equivalente a sardo baùle 'baule, bara' < cat. baul (Wagner), e pensa a un cognome italiano dal significato uguale (Baùllo). In realtà la base etimologica del cognome è il bab. bā 'acqua' + ullû(m) 'esaltata' di dea (è la dea delle acque). Il composto è quindi uno stato costrutto riferito proprio alla Dea delle Acque, tanto venerata in Sardegna. Vedi baùle.

BEBBÉI camp. ‘coccola del ginepro’. Paulis NPPS 444 la ritiene una voce elementare indicante qualcosa di ‘tondo’. Ma sbaglia.
Il lemma è una iterazione sardiana (usata in termini superlativi) dell’accad. be’u (a bird), col significato di ‘(coccola degli) uccelli’. Il nome non ha nulla di strano. Infatti la coccola fu usata, ed ancora oggi è usatissima, dagli uccellatori sardi per attirare e catturare al laccio gli uccelli da passo.

BINU, inu. Normalmente in sardo significa ‘vino’ e si fa discendere l’etimo dal lativo vinum. Invece l’etimo discende, per ambo le lingue, dal bab. īnu ‘vino’, ebr. iāin.

BUGGÍNU, buginu camp. ‘boia, carnefice’, settentr. boccinu < bocchìre, occhìre < lat. occīdere. È detto popolarmente che il termine buggínu sia stato creato a ricordo della severità del ministro savoiardo Bogino, che abolì i privilegi nobiliari. L’immaginario collettivo ha fuso i riferimenti al cognome e al nome comune per istigazione della nobiltà locale.
Sbaglia il Pittau a derivare il termine dall’ital. aguzzino. Wagner lo collega tout court al cat. butxí ed allo spagnolo antico, che hanno lo stesso significato sardo. Ma l’origine più profonda è nel bab. ugu ‘morte’, uggu ‘rabbia, furia’, uggugu ‘molto furioso’ + suffisso sardiano in –nu (oppure accad. inû ‘mestiere, craft’). In quest’ultimo caso il significato sarebbe ‘mestiere di morte’ ossia ‘boia’.

BURRICU camp. ‘asino’ Wagner lo fa derivare dal lat. burricus ‘cavallino’, ma non dà l’etimologia. Il termine latino e quello sardo hanno la base nell’ant.accad. būru col senso di ‘puledro; piccolo quadrupede’, ‘vitello da latte’ e altri animali giovani.

BURRUMBALLA. Questo termine sardo, con le sue varianti fonetiche, significa ‘cosa o gente di poco conto o valore; segatura, trucciolame, ciarpame’. Significa anche ‘confusione, tumulto’, specialmente nel nord Sardegna. Il Wagner lo riporta accertando l’identica forma anche in catalano ma non intrigandosi nella ricerca dell’etimo. Afferma soltanto che l’estensione del termine e del suo significato a tutta l’isola è causata forse dal fatto che si poteva intravedere un elemento onomatopeico.
I Catalani erano mediterranei come i Sardi, ed a suo tempo recepirono l’influsso dei navigatori pre-fenici e fenici. Questo termine è antichissimo, deriva dal sumero, ed è attestato nell’antico babilonese nella forma burubalûm col senso di ‘sconquasso, rovina; agglomerato urbano abbandonato, deserto’.
Ma burubalûm indica anche un serpente soprannaturale, un Leviatano, possibile oggetto di culto cui, a quanto pare, i monaci cristiani appiopparono un significato diabolico.

CADDOZZU campid. e specialm. cagliaritano 'sudicio' (di persone). Ma il termine si ritrova pure ad Escalaplano, ossia sulle montagne degli antichi Galilla. Wagner propone una probabile etimologia da udkad 'cotenna, pelle del maiale o del cinghiale' < lat. callum. Ma è difficile accostarsi alla proposta wagneriana. Era nota nell'antichità l'abitudine all'igiene del maiale (a maggior ragione del cinghiale), che non è nè più sporco nè più pulito di altri animali, ed appare “sporco” solo allorchè viene chiuso nell'abiezione del brago. Ma il brago, si sa, viene cercato naturalmente dal maiale (e pure da molti animali della savana) per crearsi addosso un impasto che, seccando, racchiude e uccide le zecche e tutti i parassiti della pelle. Nella stagione calda è usuale vedere branchi di maiali (quelli liberi in natura) immersi per lungo tempo nei fiumi d'acqua pura, col solo muso fuori, proprio come i bufali. Il termine 'sozzo, sudicio' non poteva dunque richiamare il maiale, nonostante che gli Ebrei lo avessero considerato un essere immondo. Ciò riguarda soltanto la loro religione, per la quale era immondo persino il cammello, ed in questo, soltanto in seguito, sono stati imitati dagli Arabi.
Suppongo che il termine caddozzu col semantema attuale sia nato nell'alto medioevo ad opera dei preti cristiani, decisi a far tabula rasa di ogni forma di religione anteriore, della quale bersagliavano i termini sacri distorcendoli nella forma e molto più nel significato, che veniva capovolto, umiliato, lordato e quindi demonizzato. In Sardegna - giusta la (relativa) tolleranza degli imperatori - le religioni attestate erano le stesse professate a Roma: quella ufficiale dello Stato, ma pure quelle orientali (ebraica, egiziana, persiana, etc.). L'unico termine antico accostabile a caddotzu è il fenicio qdš (qodeš) ‘santo, santuario’, ‘consacrare, consacrato’, riferito a tutto: sacerdoti, offerte, tempio e divinità. È principalmente accostabile l'ebraico qadòš 'martire, santo' (SLE 85). Ma può esserlo pure qaddiš, ch'era la preghiera ripetute varie volte al giorno (SLE 73), o il kidduš, la benedizione a Dio espressa la mattina del sabato, recitata accanto a due candele, su una coppa di vino.
CÀGLIARI. Anticamente era Kàralis/Karales. Anche nell’antica Panfilia esisteva la cittadina chiamata Κάραλις, Κάραλλις. Il toponimo è ripetuto almeno altre tre volte nel centro-Sardegna (Austis, Sorradìle e altrove). La stessa forma antica, Carále, si trova ad esempio ad Austis, nel sito più alto del territorio, in un valico che collega i territori di Austis e Teti. La contraddizione tra toponimo “marino” e “montano” è forte, ed infatti il sito di Austis ha diversa etimologia, bab. hārali ‘porta’, con relazione al valico (il quale ancora oggi in sardo viene chiamato 'porta', ossia genna).
Si deve ai Sardo-Fenici, e quindi ai Sardo-Cartaginesi dal sec. VI a.e.v., una prima organizzazione urbana sulle preesistenze sardo-nuragiche del sito di Kàralis. Sinora non si è indagato abbastanza sul toponimo, ed ognuno ha detto la sua, senza certezze. Per sanare l’aporia comincio dicendo che il porto fenicio di Kàralis fu scelto sul bordo orientale della laguna, località Santa Gilla (Santa Igia), proprio di fronte alla vicinissima isola alluvionale di Sa Illetta/S.Simone. Guarda caso, sullo stesso sito s’insediò poi anche la Cálaris medievale. Era l’unico sito possibile, al fine di tutelare la flotta dalle tempeste di mare provenienti da maestrale e da libeccio (ma anche da scirocco), reso sicuro da acque basse che permettevano di tirare le navi in secca, e da moli reciprocamente fronteggiati e rapidamente raggiungibili.
Ciò premesso, non è apparso comunque chiaro per quale motivo i Fenici potessero aver dato alla capitale dei Sardi il nome Karali.
È un nome affascinante, perché ci riporta direttamente alla semantica di Olbia (greco ’Όλβια: ‘felice, fortunata’). Tale semantica proviene dal termine neo-bab. karallu, che significa ‘gioiello’ ma anzitutto ‘felicità’. Ciò to¬glie clamorosamente dall’imbarazzo generazioni di storici e linguisti, inca¬paci di spiegare perché il notissimo aggettivale greco Olbia si sia radicato in un’isola dove i Greci non operarono né si stabilirono ma subirono soltanto batoste. Il toponimo grecizzato, dopo il tentativo dei Greci di stabi¬lirsi in Gallura e dopo la battaglia di Aleria, fu tollerato ed usato per l’in¬con¬fessabile rispetto che tutti i popoli tributavano alla civiltà greca. Olbia è una classica traduzione, una delle mille, che i Greci hanno traslato a pro¬prio uso e consumo, assorbendo il semantema dalla base babilonese della quale erano pienamente informati (altrimenti non sa¬premmo spiegare la perfetta corrispondenza semantica tra i due toponimi, indicanti la ‘felicità’, la ‘fortuna’). La corrispondenza perfetta tra i semantemi di Olbia e Karáli/Karallu fu voluta per ragioni geografico-ambientali, anzi inferisco che pure il sito di Olbia doveva aver avuto un previo nome di Karallu, perché le due città a quei tempi ebbero a disposizione nientemeno che i porti naturali più belli e sicuri della Sardegna, certamente due tra i più sicuri del Mediterraneo.
CALA oggi indica, all’italiana, una ‘cala’, una spiaggia alquanto nascosta, molto arcuata, o simile. Ma nell’antichità era un litorale morfologicamente composto da una parete alluvionale antica, con alla base una spiaggia creata dai sassi di caduta. Ha la base nell’accad. kālû ‘molo, diga’. Ma vedi Gala-noli.


CALLÒNI. Per il termine camp. designante il ‘testicolo’ (log. codzone) Wagner pone l’origine nel lat. coleone (Romanisches etymologisches Wörterbuch 2036). In realtà deriva dal bab. qallû, gallû ‘(human) genitals’.

CAMA 'calura forte d'estate'. Ha la base nell'accad. qamû ‘ardere’ ed anche 'vampa del fuoco o dell'incendio'. Vedi anche sanscrito kāma ‘amour; objet du désir’, ma principalmente ebr. hammah ‘calore, arsura’ (חַ מָּ ה).

CANÁGLIA è un sito collinare tra la Nurra di Sassari e l’Argentiera. Assieme a quest’ultimo, il sito è noto per le antiche miniere. Il termine e allomorfo di Cannavaglio (vedi) e del gallur. Canna aglia e indica la Cannabis ossia la ‘canapa’. La base etimologica di Cannabis è da accad. kannu ‘shoot, germoglio’ + baliu ‘lord’, col significato di ‘piantina principe’, evidentemente per l’importanza che già in età arcaiche la canapa ebbe per gli sciamani e per le cerimonie religiose.

CANCARÀDU. Wagner, con molto giudizio, non se l’è sentita di mettere assieme il sardo càncheru, càncaru ‘granchio, spasimo’ col verbo sardo cancarare ‘intirizzire, irrigidire’. Riconosce che cancarare non è voce indigena e neppure dal latino da cancer, e lascia la questione sospesa.
In realtà il termine cancarare è tipicamente ebraico, espresso col raddoppiamento per esprimere l’effetto-limite. Deriva da kar ‘freddo’, karàh ‘fredda, gelida’. Il termine ebraico è da confrontare col bab. kâru(m) ‘essere stordito, intorpidito, incapacitato (di arto)’. La -n- contenuta nella sillaba del raddoppiamento è l’effetto della commistione con càncaru.

CANNA ‘canna’. Wagner lo fa derivare dal latino canna. Ma è pure uguale al gr. καννα. Come l’equivalente latino, greco e italiano, ha varie accezioni. Indica questa pianta ed altre piante del genere, con i diminutivi del caso. Metonimicamente può indicare un oggetto fatto con la canna o che somiglia alla forma tubulare di questa. In Sardegna su cannoni è lo ‘scarico a tubo di una sorgente’.
Il termine, con tutte le sue accezioni, deriva direttamente dall’accad. qanû(m) ‘canna’ (sumero kan ‘recipiente’, ebraico qāne ‘canna’: OCE II 360), da cui anche il cognome sardo Canu. Quest’ultimo infatti non deriva dal lat. canus ‘dai capelli grigi, canuto’, come propone Pittau, ma dal termine su detto, il quale poi per suo conto ha prodotto kanû ‘condotto, canna; vulva, vagina’.

IMPÍCCU ‘impiccagione’; deriva direttamente dal bab. pīqu(m) ‘strangolamento’. Da ciò s'intuisce che gli antichi popoli mesopotamici non perdevano nè tempo nè beni economici ad elevare un patibolo per far perire di soffocamento un prigioniero o un condannato: gli bastava strangolarlo. Tutto sommato, il patibolo per l’impiccagione ebbe sempre una funzione scenografica, veniva elevato per il bisogno di comunicare col popolo nei momenti in cui i morituri erano numerosi, o molto importanti (vedi Cristo, al quale fu elevata la croce, e vedi le migliaia di seguaci di Spartaco, incrociati sulla Via Appia); il palco dell'impiccagione era insomma una "sovrastruttura" funzionale alla forza e alla legittimità del potere costituito; ma il fine primario di ogni atto punitivo rimase lo strangolamento, s'impiccu.

LEPPA è il classico coltello a serramanico costruito in Sardegna, noto in tutto il mondo. Wagner produce una serie di simiglianze italiche e persino greche, es. calabr. lappa ‘lama lunga di coltello’, catan. adlappared ‘coltello’, romanesco sleppa ‘coltello’, anche berbero alĕbban ‘spada’; ma l’origine, secondo lui, è dal gr. λεπίς, λέπος ‘corteccia, buccia, lamina di metallo, piastra’ (greco mod. λεπίδα, λεπίδι ‘lama di coltello’). Invece la base etimologica, per il termine sardo e per quello greco, è nell’assiro-bab. lippu ‘incartamento’ (a causa della teca dove s'incastra la lama a riposo). Potrebbe avere la base anche nell'accad. eleppu(m) 'nave, barca', traslato riferito alla cavità della nave, destinata a ricevere le merci nella sua stiva.

pagano, e col passare dei secoli acquisì un’aura sempre più negativa, sino ad essere considerato uno degli aspetti del diavolo. Le persone che ancora oggi si trascinano un cognome siffatto, forse non sanno che un loro ascendente ebbe il ruolo sociale di stregone. In accadico abbiamo la forma li’bu(m) ‘una malattia seria’, ‘un demone’, onde derivò il termine sardiano *li(b)u con l’aggiunta del suffisso -ri > Lióri.
Come per Liòri, anche Macciòne è un attributo demoniaco forgiato dai preti cristiani o preso in prestito dal linguaggio pagano. In questo caso, con questo lemma, viene messo in gioco il patibolo, il sito dei condannati a morte. Infatti Maccione deriva dall’antico accadico mātu(m) ‘essere messo a morte’. Il noto sito di Oliena indica, con tutta evidenza, l’antichissimo luogo dove si attuavano le esecuzioni capitali.

MACCU. Sappiamo quali origini abbia la parola sarda che equivale a 'scimunito, pazzoide'. Plauto con esso ha persino creato il nome d'un personaggio nell’Atellana. Maccu deriva dall'accad. mahhûm 'estatico, profeta', da mahûm = 'furoreggiare, entrare in trance'. Sappiamo in quanta considerazione i “matti” fossero tenuti nel mondo semitico, essendo ritenuti intermediari della divinità.
In ogni modo questo termine ha subìto l’influsso e l’incrocio dell’accad. mākum, makû(m) ‘esser carente, privo di, aver bisogno’, makû ‘essere assente, mancare di qualcosa o di tutto (anche nella mente)’. In sardo sett. si dice infatti mancánti per ‘pazzo’, letteralm. ‘che è privo di comprendonio’.

Foto Mostra Zappareddu, Sinnai 1007









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